Sono lieto di esprimere viva gratitudine per il lavoro encomiabile di Andrea Formenti, pubblicato in questa collana, che accende i fari sulla figura e sull’epoca di monsignor Tarcisio Vincenzo Benedetti. Un tentativo molto serio e apprezzabile di delinearne la biografia e raccontarne gli sviluppi nelle sue varie fasi, compresa naturalmente quella dell’episcopato lodigiano. Lo scrivente, originario della stessa Chiesa, gli è succeduto sulla Cattedra di san Bassiano e non può esimersi dal manifestare la soddisfazione per questa pubblicazione, complimentandosi per l’esito positivo della ricerca. L’analisi di fatti e persone è estremamente accurata. Si rileva una documentazione ricchissima, accumulata nella consultazione di tutte le fonti disponibili; materiale imprescindibile per future ricerche, quando tutte le fonti, specie archivistiche, saranno accessibili, soprattutto in merito alla stagione dell’episcopato lodigiano, per coglierne obiettivamente lo svolgersi degli eventi, la motivazione delle scelte e il sentire delle persone.
Nella Chiesa di Lodi monsignor Benedetti ha indubbiamente lasciato un segno. Anche nella cattedrale, da lui restaurata con un intervento radicale, che ne ha ripristinato le antiche linee architettoniche, rimane impressa, come nota l’autore, una sua mini-immagine, quale devoto orante, nel mosaico absidale dell’artista contemporaneo Aligi Sassu. Chi entra nella chiesa-madre della diocesi ne individua così il profilo, come nei quadri d’epoca, al posto dell’offerente. E sotto il pavimento egli riposa nello spazio da lui ricavato per la sepoltura dei vescovi. Per quasi mezzo secolo se ne è celebrato il suffragio e la memoria, dato che i due immediati successori (monsignor Giulio Oggioni e monsignor Paolo Magnani) sono passati ad altre diocesi.
Il suo ricordo è rimasto vivo nel cuore e nella mente dei lodigiani, i quali ritornano con orgoglio alla visita del patriarca di Venezia, cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, condiocesano del vescovo e da lui invitato nell’VIII centenario di fondazione della nova Laus. In città tenne una memorabile commemorazione. Era il 27 settembre 1958, solo un mese prima dell’elezione pontificia, nella quale assunse il nome di Giovanni XXIII, lo stesso nome scelto dal lontano Baldassarre Cossa, il quale a Lodi incontrò nel 1413 l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, accogliendone l’invito alle dimissioni per riportare la comunione ecclesiale e civile, non prima però di indire, con la bolla Ad pacem datata Lodi, il Concilio di Costanza.
I lodigiani hanno conosciuto lo zelo irrefrenabile del vescovo Benedetti, attinto dal santo profeta Elia, tanto venerato dal suo Ordine carmelitano e richiamato nel suo stemma episcopale: “zelo zelatus sum”. Il restauro della cattedrale si è accompagnato all’evento della riforma conciliare. Il primo è diventato annuncio del secondo. Pressoché negli stessi anni dell’episcopato di questo “carmelitano di fiamma” la storia della cattedrale ha incrociato la stagione del trapasso conciliare della Chiesa di Lodi. E la fatica improba sostenuta dal vescovo nei lavori di ripristino di quel monumento simbolico della sua Chiesa è stata presagio delle angustie che hanno accompagnato la recezione conciliare in diocesi nell’immediato post-Concilio. Allo stesso tempo però la Chiesa in tutte le sue componenti andava acquisendo i frutti del Concilio che progressivamente la introducevano a stagioni nuove.
Sulla figura del padre e vescovo Tarcisio Vincenzo Benedetti la descrizione della persona e del carattere va da quella di area carmelitana, che lo presenta come un riccio di castagno semi aperto che offre un frutto corposo (sub cortice mitis), a quella di matrice lodigiana che riconosceva, sotto un tratto sbrigativo e rude, un cuore grande e sensibile. Ricoverato in clinica dopo un infarto, con queste parole sorprese il padre Anastasio Ballestrero, allora generale dei Carmelitani: «Sai cosa vuol dire per me, non potersi prendere neppure un’arrabbiatura?».
Un albero lo si riconosce dai suoi frutti. Gli interventi pastorali e le imprese edilizie eccezionali del vescovo Benedetti hanno propiziato un percorso più disponibile alle istanze e sollecitazioni del Concilio. Grazie a lui, la cattedrale continua ad essere la casa di tutta la Chiesa dei lodigiani, soprattutto nelle occasioni che segnano momenti vitali della sua esistenza, come recentemente la celebrazione del Sinodo diocesano XIV. Il Seminario è stato consegnato ai suoi successori in condizioni idonee per un cammino più connesso con la diocesi e sensibile al modello conciliare di formazione presbiterale. La comunicazione sul territorio, assicurata dal settimanale «Il Cittadino» su impulso costante del vescovo, ha conosciuto all’epoca livelli di massima diffusione ed ha raggiunto nei decenni successivi il traguardo di trasformazione da settimanale a quotidiano. Il Carmelo da lui fondato ha mantenuto la costante presenza della comunità monastica quale preziosa fonte di intercessione per la diocesi. La Casa della Gioventù ha accompagnato la realtà giovanile per un breve periodo, ma, integrandosi con l’azione pastorale diocesana e parrocchiale, la sua struttura continua ad ospitare le attività di Azione Cattolica e di altre aggregazioni laicali.
L’esperienza personale del Concilio ha inciso nelle prospettive pastorali di monsignor Benedetti, modificando il suo approccio prevalentemente apologetico o critico nei confronti del “mondo” in una apertura dialogante. Ma non era facile per lui il cambio di postura a cui si è disposto, convinto che il Concilio è stato “una vera provvidenza per i nostri tempi”. Del resto, era per lui il Concilio del venerato amico papa Roncalli. Veniva infatti da altri tempi che avevano strutturato la sua personalità umana e di fede. Si misurò tuttavia coi tempi nuovi, con lo stesso zelo precedentemente espresso, fino alla fine. Ce lo racconta con un lavoro appassionato Andrea Formenti, a cui va la riconoscenza della diocesi di Lodi e mia personale.

+Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi