Rivista Joannes XXIII 2014

25/11/2014

I cristiani oggi muoiono, continuano a morire, non per il comune destino degli uomini, ma perché cristiani. Il martirio va tragicamente di moda per i discepoli di Gesù di Nazaret. Il sangue cristiano scorre in Medio Oriente, soprattutto, ma non solo. Forse, nell’opinione pubblica, si sta progressivamente affermando una coincidenza: fra la fede e la morte, fra la sequela del Signore e il morire per lui. E potrebbe così avvenire una specie di emarginazione nobile della fede, che rischierebbe di diventare la risposta eccezionale per momenti eccezionali.

Anche i santi hanno contribuito in parte a questa emarginazione della fede. Monaci, teologi, grandi riformatori, personaggi straordinari, sempre. Quando questo non basta, si mettono anche a fare miracoli, molto spesso da vivi, sempre, se vogliono diventare santi, anche da morti. Personaggi fuori dal mondo, in qualche modo, e proprio perché santi.

Papa Giovanni sembra essere – se è permesso un gioco di parole – straordinariamente ordinario in questa carrellata di personaggi. Intanto, giusto per cominciare dai miracoli, ha messo qualche decennio per farsi dichiarare santo. In mezzo ai furori del “subito santo” di molta opinione ecclesiale recente ha faticato un po’ a trovare qualche miracolo, sicuro e convincente, che lo facesse salire alla svelta agli onori degli altari. Papa Francesco ha dovuto tagliare corto e procedere alla canonizzazione “dispensando” Papa Giovanni dal processo per il secondo miracolo.

Doveva capitare per Papa Giovanni questa “anomalia”. In effetti, Papa Roncalli è un rappresentante eccellente del cristianesimo della nostra terra, un cristianesimo che non deve morire per essere tale, un cristianesimo senza martiri. I martiri ci sono anche tra noi e molti dei nostri protettori, a cominciare da sant’Alessandro, cui Papa Giovanni era legatissimo, sono martiri. Ma sono stati martiri. Oggi, invece, la nostra fede è tale se sa diluire il “martirio”, la “testimonianza” nella vita banale, ordinaria della famiglia, del lavoro, della vita di relazione. Mentre il cristianesimo che fa notizia oggi coincide con l’evento eccezionale del martirio, da noi il cristianesimo sa sopravvivere se coincide per gli eventi ordinari della vita.

Papa Giovanni, in questa ottica, ha saputo dare il volto umano, accessibile al ruolo più “alto”, più inaccessibile: quello del Papato. La santità è diventata, è ridiventata, umana, vicina, possibile. Vogliamo rischiare di pagare qualcosa alla retorica, vedendo anche noi nel famoso discorso della luna l’icona di questa straordinaria restituzione all’ordinario della santità. Nel momento del massimo splendore del ruolo del Papato, nel giorno solennissimo della inaugurazione del Concilio, mentre tutto il mondo guarda a Roma, Papa Giovanni ha il grande coraggio di parlare di luna, di casa, di lacrime da asciugare, di bambini, di carezze. Come a dire: che senso avrebbe fare il Papa e convocare il Concilio se non si desse senso agli uomini, alla loro concreta storia umana. Il punto più alto del magistero ricupera il punto più “basso”, più ordinario della vita.

La santità di Papa Giovanni ci appare come questa inattesa coincidenza degli opposti. È possibile amare Dio, amarlo con tutto il proprio essere portando con sé la carezza data a un bambino.

Mi viene in mente una frase celebre di Georges Bernanos: “I cristiani non sono dei superuomini. E neanche i santi sono dei superuomini. Anzi meno che mai i santi, che sono i più umani tra gli umani! I santi non sono sublimi, non hanno bisogno del sublime, piuttosto il sublime avrebbe bisogno di loro! I santi non sono degli eroi alla maniera degli eroi di Plutarco. Un eroe ci dà l’illusione di essere al di là dell’umanità, il santo non sta al di là dell’umanità: la assume, si sforza di realizzarla il meglio possibile” (Discorso alle Piccole Sorelle di Charles de Foucauld, autunno 1947, Algeria).

Mons. Alberto Carrara

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