Monsignor Tarcisio Vincenzo Benedetti
Un carmelitano di fiamma
Il volume di don Andrea Formenti, studente di teologia del Seminario di Bergamo, è frutto di un lungo e appassionato lavoro di ricerca confluito nella sua tesi di baccalaureato, di cui conserva la meticolosa impostazione, attenta ai dettagli, rigorosa nella citazione delle fonti, e talvolta un po’ prolissa.
La figura di monsignor Benedetti merita di essere conosciuta per diverse ragioni. Egli ha dato lustro al paese di Treviolo e, più in generale, al territorio bergamasco, sia per i ruoli che ha ricoperto, sia per le iniziative alle quali ha preso parte o di cui è stato promotore. È una figura significativa nel mondo ecclesiale italiano del XX secolo: priore dei Carmelitani Scalzi di Venezia, poi parroco in un popoloso quartiere romano, quindi superiore provinciale del suo Ordine, infine vescovo di Sabina e Poggio Mirteto, e poi di Lodi. Di particolare interesse è la sua azione umanitaria durante la Seconda guerra mondiale: si prodiga senza risparmio in favore di perseguitati politici, ebrei e deportati, mettendo in salvo molti di loro. L’episcopato di Benedetti è rilevante anche sotto il profilo artistico e culturale: basti pensare alle numerose opere promosse, prima fra tutte il complesso e discusso restauro della cattedrale medievale lodigiana. Significativa è pure la sua prospettiva pastorale: partecipa a tutte le fasi del Concilio Vaticano II, da lui definito “una vera provvidenza”, e si impegna nella delicata fase del rinnovamento postconciliare. Lui stesso è la prova della trasformazione di mentalità operata dal Concilio anche ai vertici della Chiesa cattolica e in particolare nell’episcopato italiano: abbandona gradualmente i toni apocalittici che hanno caratterizzato la sua brillante oratoria e assume prospettive più positive verso la Chiesa e il mondo.
Come ogni vescovo della sua epoca, monsignor Benedetti deve affrontare nella sua diocesi la complessa ricezione del Concilio Vaticano II e le forti spinte postconciliari. Anche a Lodi vengono introdotti cambiamenti liturgici, ecclesiologici, pastorali e disciplinari di portata storica. L’applicazione della riforma liturgica comporta nuove forme di celebrazione, adeguamenti architettonici, formazione del clero e dei laici. Per un vescovo di formazione preconciliare come lui, combinare fedeltà alla tradizione e accoglienza del rinnovamento è una prova di equilibrio non priva di resistenze interne e di tensioni tra “progressisti” e “tradizionalisti”. Inoltre, anche nel lodigiano gli anni del boom economico ridefiniscono radicalmente il mondo agricolo, la crescita urbana e la nascita di nuove esigenze pastorali. Questi cambiamenti rendono necessarie nuove parrocchie nelle aree in espansione urbana, nuovi centri di aggregazione giovanile, un ripensamento dei rapporti con il mondo del lavoro e la nascente società industriale. Tutto ciò richiede mediazione, prendere decisioni non sempre popolari e un costante bilanciamento tra esigenze spirituali e limiti economici.
Oltre a ricostruirne la biografia, questo studio offre una lettura interpretativa del ministero di monsignor Benedetti, delle sue scelte pastorali, delle sue opere materiali – specialmente il restauro della cattedrale di Lodi e la fondazione del Carmelo – e del suo impegno a coniugare fedeltà alla tradizione con la sollecitudine per le sfide del presente. Quando, nei primi anni Cinquanta, varca la soglia del palazzo vescovile di Lodi, Benedetti trova una diocesi che chiede risposte concrete: strutture da rinnovare, comunità da rivitalizzare, una Chiesa che rischia di perdere la sua memoria originaria. Così decide di restaurare il cuore della comunità cristiana, la cattedrale, restituendole la sua fisionomia romanica. È una delle iniziative più significative e complesse del suo episcopato lodigiano: comporta decisioni estetiche e architettoniche non sempre condivise, cospicui investimenti economici, mediazioni con Sovrintendenze, Comune, tecnici e fedeli. Benedetti sostiene però con fermezza questo progetto, considerandolo un segno forte per la Chiesa diocesana. Con la stessa tenacia persegue la fondazione di una nuova presenza di contemplazione, il Carmelo. Anche questo è un segno: la fede non è soltanto zelo pastorale, ma bellezza, silenzio, radice. Attraverso questi gesti, Benedetti vuole lasciare un segno visibile e duraturo del Vangelo nella pietra e nella preghiera. Il suo motto episcopale – «Zelo zelatus sum» – è realmente vissuto come ardore per il Vangelo, come dedizione non a un progetto, ma a un Dio che ama gli uomini e vuole la loro salvezza.
Scrivere una biografia significa confrontarsi con la complessità di una vita umana, con le sue luci e le sue zone d’ombra, con la sua irripetibile collocazione nel fluire della storia. Nel caso di una figura ecclesiale, tale complessità si arricchisce ulteriormente di dimensioni spirituali, teologiche e istituzionali che richiedono uno sguardo capace di intrecciare rigore critico e sensibilità interpretativa. Anche se a tratti un po’ celebrativa, questa ricerca consente una ricostruzione storica precisa e al tempo stesso accessibile della vita e dell’opera del vescovo Benedetti, restituendo il suo itinerario umano e il suo contributo alla storia della Chiesa e del contesto culturale del suo tempo. Il lavoro muove da un’ampia indagine delle fonti disponibili: documenti d’archivio, corrispondenze private, testi magisteriali, testimonianze coeve e studi secondari che nel corso degli anni hanno contribuito a delineare il profilo del protagonista. Con uno sguardo che simpatizza per il protagonista, Andrea Formenti situa la figura di Benedetti nell’ampio quadro delle trasformazioni politiche, culturali e spirituali che hanno caratterizzato la sua epoca. Il libro non pretende di risolvere tutte le questioni aperte né di fissare un’immagine definitiva di monsignor Tarcisio Benedetti, ma mette a disposizione di altri eventuali studiosi un punto di partenza aggiornato e ragionato. E di questo non possiamo che complimentarci con l’autore.
Tra i motivi per i quali la Fondazione Papa Giovanni XXIII accoglie volentieri nella propria collana “Roncalliana” questo volume c’è anzitutto il lungo rapporto di conoscenza e di amicizia tra monsignor Benedetti e il santo papa Giovanni XXIII. Proprio Angelo Giuseppe Roncalli definì il vescovo di Lodi “un carmelitano di fiamma”, espressione scelta come titolo del presente lavoro. A suggello della loro reciproca stima sta la corrispondenza epistolare e soprattutto il doppio invito del vescovo Benedetti all’allora patriarca di Venezia, a recarsi a Lodi: nel 1954, in occasione del congresso mariano, e nel 1958, un mese prima dell’elezione al pontificato, per commemorare l’ottavo centenario di rifondazione della nuova città. Entrambe le visite lasceranno nel cardinale Roncalli ottime impressioni – annotate nelle sue agende – sia riguardo del vescovo che della diocesi di Lodi. Così scrive il futuro papa l’11 settembre 1954: «Nel pomeriggio vennero a prendermi in commissione da Lodi. Arrivammo presto e bene per l’apertura della Settimana Mariana indetta da quel fervoroso Vescovo mgr. Tarcisio Benedetti. Bella cerimonia in cattedrale […]. Nel complesso eccellente impressione e per il Vescovo e per i suoi preti e fedeli». E nel discorso in onore di san Bassiano, il patriarca di Venezia omaggia il confratello vescovo Benedetti con un elogio che, in chiusura, merita di essere riportato: «Ora è un altro germoglio della terra fra il Brembo e il Serio, vostro degnissimo Presule attuale e mio diletto fratello nell’episcopato, mgr. Benedetti, dall’anima di fiamma, splendente di pietà monastica e di zelo pastorale vigile e ardente, che presiede al governo della vostra vita spirituale».
Ezio Bolis
Direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII









